Cessazione CdA per gravi contrasti interni: se lesa la fiducia, non è revoca senza giusta causa

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Corporate, Finance e Capital Market

Il Tribunale di Milano - Sezione specializzata in materia d’impresa - con la recente sentenza pubblicata il 29 giugno 2017, ha affrontato il tema delle dimissioni della maggioranza dei membri del CdA di una S.p.a. quotata per effetto del venir meno del pactum fiduciae e della conseguente decadenza di tutti i membri dell’organo amministrativo in applicazione di apposita clausola statutaria. Secondo l’orientamento assunto dal collegio, tale ipotesi di cessazione dell’incarico non configura una fattispecie di revoca bensì una decisione unilaterale dei singoli consiglieri.

Alcuni (cessati) membri del CdA di una S.p.a. quotata, al contempo membri del comitato esecutivo, citavano in giudizio la società lamentando una sopravvenuta revoca senza giusta causa dagli incarichi ricoperti. Gli istanti avanzavano quindi richiesta di risarcimento danni per (i) la mancata percezione dei compensi e per (ii) la lesione della propria immagine professionale conseguente a tali avvenimenti.

Più nel dettaglio, gli attori contestavano una serie di atti e condotte, di seguito sinteticamente riportate:

  • le dimissioni effettuate dalla maggioranza dei membri del CdA e la conseguente decadenza di tutti i membri dell’organo alla stregua di espressa previsione statutaria;
  • l’emissione, da parte del CdA della società convenuta, di delibera avente ad oggetto la revoca delle deleghe conferite al comitato esecutivo e lo scioglimento del relativo organo;
  • la revoca degli attori dagli incarichi ricoperti anche nei CdA delle società controllate dalla S.p.a.;
  • la pubblicazione di un comunicato stampa in cui si prendeva atto delle predette dimissioni e si informava che era stata convocata l’assemblea dei soci per la nomina del nuovo CdA al fine di compiere “le attività necessarie a modificare la composizione degli organi esecutivi (...) essendo venuto meno il pactum fiduciae con alcuni componenti di tali organi” specificamente indicati con i nominativi degli attori.

In relazione a tali condotte, gli istanti lamentavano che i consiglieri dimissionari, sotto la guida del Presidente, avevano abusato dell'articolo 2386, 2° comma, c.c., nonché della clausola statutaria che disponeva la cessazione dalla carica di tutto il CdA in caso di dimissioni di alcuni membri dello stesso, attraverso una serie di atti tra loro collegati e di comportamenti finalizzati ad estromettere gli attori senza che di tale decisione venisse investita l’assemblea dei soci come previsto dall'art. 2364 c.c. e senza che ricorresse giusta causa di revoca.

La società convenuta si costituiva in giudizio contestando le tesi avversarie. Il Tribunale di Milano con la sentenza in commento rigettava le domande attoree.

In termini di inquadramento giuridico occorre premettere che, di regola, il potere di revoca degli amministratori spetta alla competenza dell’assemblea dei soci ai sensi degli artt. 2364, comma 1, n. 2 c.c. e 2383, comma 3 c.c. a mente del quale “gli amministratori sono revocabili dall’assemblea in qualunque tempo, anche se nominati nell’atto costitutivo, salvo il diritto dell’amministratore al risarcimento dei danni, se la revoca avviene senza giusta causa”. La prosecuzione o meno del rapporto è dunque rimessa alla volontà della società che ha un diritto potestativo esercitabile a sua discrezione – fatto salvo il limite dell’abuso del diritto - senza che sia richiesto alcun preavviso (si veda Trib. Milano, 9.02.2015). Le motivazioni poste alla base delle revoche devono essere indicate nella deliberazione quantomeno nei loro contenuti essenziali (si veda Trib. Roma 24.07.2013 n. 16432; Trib. Milano 22.03.07).

La nozione di giusta causa rileva, dunque, solo al fine di stabilire la sussistenza o meno del diritto al risarcimento del danno: a seconda che sussista una situazione qualificabile come giusta causa le conseguenze economiche dell’anticipata cessazione del rapporto saranno a carico dell’amministratore o della società.

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